Masnada si racconta: “I numeri del ciclismo di oggi? Servono altre armi per fare la differenza”

Dalla vittoria al Giro d’Italia 2019 al podio con Pogačar al Lombardia 2021, queste sono le pagine più emozionanti della carriera di Fausto Masnada. Oggi, con una maturità nuova e una lucidità rara, il corridore bergamasco si racconta tra bilanci, l’evoluzione del gruppo e il suo ruolo di guida esperta nel nuovo progetto di squadra.

Fausto, partiamo dal percorso più recente: come valuti la tua ultima stagione? “È stata una stagione intensa, che considero positiva soprattutto per il percorso condiviso con la squadra. Ritrovare nel professionismo persone che mi hanno accompagnato nelle categorie junior e under 23 ha avuto un significato particolare: ci conoscevamo già, ma ci siamo ritrovati con esperienze e responsabilità diverse, dentro un progetto nuovo. Per il team era il primo anno nella categoria professionistica. La lotta per restare tra le prime trenta squadre del ranking UCI ci ha impegnati fino all’ultima gara e ha reso importante ogni contributo, sia nelle occasioni personali sia nel lavoro per i compagni. Anche l’infortunio ha fatto parte dell’annata, ma non voglio farne la chiave di lettura dell’intera stagione. Mi porto a casa soprattutto l’esperienza maturata insieme. In questa fase della carriera il mio contributo non si misura soltanto con un risultato: conta anche mettere ciò che ho imparato a disposizione del gruppo. Verso il 2027 porto questa consapevolezza e la volontà di dare continuità al lavoro fatto“.

La tua carriera è legata a doppio filo alle grandi montagne e alle corse di resistenza. In un ciclismo moderno sempre più esplosivo e con ritmi altissimi fin dai primi chilometri, come è cambiato il lavoro dello scalatore e dove senti di poter fare ancora la differenza? “Oggi essere scalatori non significa soltanto andare forte in salita. Le gare si accendono molto prima e spesso arrivi alla salita decisiva dopo aver già speso tantissimo. Posizionamento, alimentazione e capacità di sostenere ritmi elevati sono diventati ancora più importanti: non puoi aspettare il tuo terreno per entrare in corsa. A livello personale esprimo ancora ottimi valori e, su alcuni aspetti, continuo anche a migliorare. Il punto è che il riferimento si è spostato: il livello dei migliori è salito moltissimo e quei numeri non bastano più per competere con loro nelle gare più importanti. Gli anni passano e non sarebbe realistico pensare di poter chiudere quel divario semplicemente lavorando di più. Questo non toglie valore a quello che posso dare. Nelle corse dure posso mettere a disposizione resistenza, esperienza e capacità di leggere le situazioni. Oggi fare la differenza significa anche essere utile nel momento giusto, aiutare un compagno o sfruttare un’occasione adatta alle mie caratteristiche“.

La vittoria di tappa a San Giovanni Rotondo al Giro 2019 è rimasta impressa nel cuore di molti tuoi tifosi. A distanza di tempo, cosa ti rimane di quella giornata in fuga e di quell’abbraccio con il pubblico italiano? “Mi rimane l’emozione di aver realizzato un sogno che avevo da bambino. Per un corridore italiano il Giro ha un significato particolare: è la corsa che guardi crescendo e nella quale immagini di poter vincere, senza sapere se un giorno succederà davvero. Quella giornata è arrivata attraverso una lunga fuga e la scelta di provarci. Nel finale siamo rimasti io e Valerio Conti: lui inseguiva la maglia rosa, io la vittoria di tappa. Riuscire entrambi a raggiungere il nostro obiettivo ha reso quel finale ancora più bello. Dell’abbraccio del pubblico ricordo soprattutto il calore. In quel momento senti che il risultato non riguarda soltanto te, ma anche le persone che ti hanno sostenuto negli anni. Quella vittoria ha segnato un passaggio importante nella mia carriera. A distanza di tempo resta la soddisfazione di aver vissuto da protagonista una giornata del Giro e di aver dato un significato concreto a tanti sacrifici“.

Nel 2021 sei salito sul podio del Lombardia dopo un finale mozzafiato contro Tadej Pogacar. Che valore ha per te quel risultato in una Classica Monumento e cosa manca per coronare un altro grande sogno in una corsa di un giorno? “Quel secondo posto resta uno dei risultati più importanti della mia carriera. È arrivato in una Monumento, sulle strade di casa, e al termine di un finale con Pogacar: sono elementi che gli danno un valore speciale, anche dal punto di vista personale. Quel giorno avevo un’ottima condizione e sono riuscito a sfruttare anche la conoscenza del percorso per rientrare su di lui in discesa. Ho colto un’occasione e mi sono giocato il risultato fino in fondo. È un ricordo che conservo con orgoglio. Oggi, però, distinguo quel ricordo dagli obiettivi attuali. Il ciclismo è cambiato e anche solo entrare nei primi dieci di una corsa come il Lombardia è diventato difficilissimo. Non sarebbe realistico indicare la vittoria in una Monumento come un mio obiettivo. La voglia di vivere una bella giornata da protagonista rimane, ma va rapportata alle mie possibilità e al contesto di gara. Non sento di dover ripetere quel risultato per dare valore a ciò che faccio oggi“.

Negli anni hai vestito maglie di alto livello. Qual è stato il capitano che tu reputi il più forte e il compagno di squadra con cui hai legato maggiormente? “Ho avuto la fortuna di correre accanto a grandi campioni, con caratteristiche diverse, quindi fare un confronto non è semplice. Se devo indicare un nome, direi Remco Evenepoel: per il motore che ha e per la capacità di fare la differenza su terreni diversi. Correre al fianco di atleti di questo livello ti permette di vedere da vicino cosa significhi competere per i grandi obiettivi. Sul piano personale direi Giulio Ciccone, anche se non siamo stati compagni di squadra. È un’amicizia che va oltre le gare. Vivendo entrambi a Monaco, condividiamo allenamenti e momenti della quotidianità, e questo ha contribuito a creare un bel rapporto. Avere vicino qualcuno che conosce le esigenze e le difficoltà di questa vita è importante: ci si confronta e ci si allena insieme, ma si riesce anche a staccare. Il valore del rapporto sta proprio nel non essere legato soltanto a quello che succede in corsa“.

Guardando avanti, qual è l’obiettivo principale o la corsa “stregata” che vorresti ancora conquistare o interpretare da protagonista? “Oggi il mio obiettivo principale è accompagnare la crescita di questo progetto e dare un contributo concreto alla squadra (MBH Bank CSB Telecom Fort ndr). Dopo un primo anno di costruzione, mi interessa che l’esperienza fatta insieme ci aiuti a lavorare meglio, a essere più continui e a sfruttare le occasioni che il calendario ci offrirà. Sono in una fase avanzata della mia carriera e ne sono consapevole. Questo non significa che manchino motivazione o voglia di correre, ma che gli obiettivi devono essere realistici. Non ho una corsa “stregata” da inseguire a tutti i costi e non misuro questa parte del mio percorso sulla possibilità di tornare a competere con i migliori al mondo. Voglio essere affidabile, mettere la mia esperienza a disposizione dei compagni e farmi trovare pronto quando ci sarà un’opportunità adatta a me. Se arriverà anche una soddisfazione personale, sarà importante. Ma il senso della prossima stagione, per me, è contribuire a consolidare una squadra di cui mi sento parte“.

Un’eredità fatta di sacrifici e la consapevolezza che, nel ciclismo di oggi, l’esperienza e la generosità valgano quanto un successo. Tra presente e futuro, Fausto Masnada continua a pedalare da protagonista: con la solita passione e la testa sempre al servizio del gruppo.

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