Oro senza patria

Arriva nel Keirin una delle sorprese maggiori ai mondiali su pista di Shanghai: Alina Lysenko fulmina tutti cogliendo una meritata, quanto sorprendente medaglia d’oro. Eppure, sul podio l’atmosfera ha la solita nota stridente. Nessun inno, nessuna bandiera. La velocista russa vince sotto la dicitura di “Atleta Individuale Neutrale”. Per il ciclismo, la sua patria non esiste.

Ciclismo e geopolitica: il rigore della neutralità – Dall’inizio della guerra in Ucraina, l’UCI mantiene una linea ferrea: corridori ammessi solo previa verifica di non affiliazione militare e obbligati a gareggiare in divisa neutrale. Un compromesso per salvaguardare il diritto al lavoro degli atleti condannando Mosca, che finisce però per relegare gli atleti russi in un limbo istituzionale, spogliandoli di ogni identità.

Un boicottaggio frammentato rispetto ad altri sport – La rigidità del ciclismo contrasta però con la tendenza di altre discipline. Dal tennis ai motori, fino a diverse federazioni olimpiche che hanno allentato i criteri o riammesso le rappresentative russe. Il fronte della sanzione totale a Mosca appare oggi diviso. Sulle due ruote, invece, la quarantena d’identità continua senza sconti.

Il caso Lysenko riporta al centro la solita domanda: lo sport premia il singolo o il Paese?

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