La vittoria che riapre le chiese del Landismo

C’eravamo quasi dimenticati di come si festeggia una vittoria, noi fedeli del Landismo. In un ciclismo dominato da calcoli di watt, nutrizionisti e robot in bicicletta, Mikel Landa ha riacceso la luce alla Vuelta.

Più di cinque anni di digiuno – Landa non vinceva da 1862 giorni, dal 7 agosto 2021, classifica finale della Vuelta a Burgos. Anni, mesi, giorni trascorsi a regalarci illusioni con attacchi sublimi e quella posizione in sella così elegante da far sembrare i suoi avversari degli operai del pedale. Vederlo di nuovo a braccia alzate è un atto di giustizia poetica per chi ama il ciclismo imperfetto. Landa non vince spesso, ed è proprio questo il bello: il Landismo non è una somma di trofei, è una fede pagana basata sull’attesa del miracolo. La lacrime di Landa sul traguardo della ventesima tappa sono le stesse di chi ha atteso il ritorno del messia. L’addio al digiuno di successi non è solo una vittoria di tappa, ma una benedizione per chiunque consideri la bici un’opera d’arte in movimento.

Ha sofferto – ci ha fatto soffrire – ha masticato polvere ed è tornato a disegnare parabola perfette sui tornanti. Dopo il trionfo in cima a Collado del Alguacil i profeti della scienza e dei dati devono inchinarsi all’anarchia della classe pura. Mikel Landa ha vinto, e il mondo del pedale per un giorno è tornato ad avere un’anima.

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