Gentile redazione, scrivo queste righe con l’amarezza di chi il ciclismo lo vive dall’interno, con gli occhi fissi su quei ragazzi che sacrificano tutto per un sogno. Quanto accaduto al Memorial Polese non è solo un episodio controverso: è la fotografia di una deriva tecnocratica che sta soffocando l’anima stessa del ciclismo.
Squalificare il vincitore per una difformità millimetrica nella distanza tra le leve del freno — un’anomalia chiaramente causata da una caduta durante la gara e non da una volontà di trarre vantaggio — rappresenta il trionfo della forma sulla sostanza. Il buonsenso contro il righello! Il ciclismo è, per definizione, imprevedibile. È polvere, sudore e incidenti meccanici. Se un atleta cade, si rialza con il corpo ammaccato e la bici danneggiata, e nonostante tutto riesce a tagliare il traguardo per primo, quella è un’impresa che va celebrata, non sanzionata in un ufficio. Nel caso specifico risulta evidente che né l’atleta né la squadra avessero pianificato una manomissione tecnica. Una leva spostata da un urto non è un “trucco”, è una ferita di guerra della bicicletta. Il regolamento nasce per garantire l’equità, non per punire la sfortuna.
Applicare le norme con questa rigidità cieca significa ignorare la realtà della corsa. Se continuiamo così, trasformeremo le gare in competizioni tra periti meccanici, dove il risultato sportivo diventa un dettaglio secondario rispetto a una misurazione col calibro fatta a freddo. A questo proposito lancio un appello alla Federazione e chiedo pubblicamente a chi di dovere, all’interno della FCI, di intervenire. È necessario fare piena luce sui fatti del Memorial Polese, non solo per rendere giustizia a un atleta privato di un successo meritato, ma per ristabilire un principio cardine: il buonsenso.
Dobbiamo chiederci che segnale stiamo dando ai giovani. Vogliamo che imparino che la resilienza dopo una caduta conta meno di un bullone leggermente fuori asse?
Il ciclismo è epica, non è un esercizio di precisione chirurgica post-gara. Se non si fa piena luce su questo episodio si finiraà per uccidere la passione di chi corre e di chi guarda.
(Un Giudice di Gara che crede ancora nel ciclismo)