Dall’Inferno al Paradiso

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A poco più di 24 ore dall’impresa di Wout Van Aert, torniamo sull’epica edizione n. 123 della Parigi-Roubaix. Ma qui non andremo ad elencare vittorie o piazzamenti, statistiche e curiosità, perché quello che ha reso questa Roubaix immortale è qualcos’altro, molto di più.

La risurrezione di un campione autentico – È stata la rinascita sportiva, e non solo, di un corridore, di un uomo, di un talento, di un campione amato praticamente da tutti. Scorrendo sui social, sulle reti televisive di mezza Europa, si è potuto ammirare una travolgente emozione che ha accompagnato il poderoso sprint del fiammingo, che ha superato Tadej Pogacar, il fenomeno dei fenomeni, l’invincibile campionissimo dei nostri anni e uno dei più grandi di sempre. Le urla di gioia, le lacrime di commozione (anche di chi scrive) che copiosamente sono scese sul viso di molti, non sono altro che la liberazione da un incubo, un sortilegio finalmente sfatato (tornare a vincere una classica monumento, dopo quasi 6 anni) da un atleta pieno di gran classe e temperamento ma, purtroppo, spesso accompagnato da un’incredibile sfortuna negli appuntamenti che contano di più nel panorama internazionale.

Il sogno di una vita“Questa vittoria significa tutto per me” le parole di Wout. Non prima di aver dedicato la vittoria a Michael Goolaerts, lo sfortunato compagno di squadra e amico, che concluse la sua vita terrena a soli 23 anni nel 2018 per un arresto cardiaco proprio sul pavé della Roubaix: era la prima Roubaix per entrambi, e purtroppo fu l’ultima per Michael. Da quel giorno, Van Aert ha sognato questa corsa, che gli si addiceva come nessuna, ma dove trovava (come in tante altre) sempre qualcuno (non necessariamente più forte) che lo superava. Ha sofferto, ha incassato sconfitte e cadute con conseguenti infortuni gravi, dai quali si è sempre risollevato trovando la quadratura dei conti nella classicissima del pavé. La carriera di Wout Van Aert trova il suo perfetto compimento nel luogo ideale e più iconico: il velodromo di Roubaix. Dall’Inferno al Paradiso, mai affermazione risulta più veritiera e non carica di retorica. Il pianto liberatorio dopo il traguardo, l’abbraccio di Van der Poel, storico rivale di sempre (quante sfide nel ciclocross, sin da quando erano ragazzini!), e poi di Christophe Laporte; in tribuna il pianto sincero di Nathan Van Hooydonck (fedele gregario, ritiratosi qualche anno fa per problemi cardiaci). Infine, l’abbraccio della moglie Sarah e dei figli: il nido dove ha trovato amore e rifugio nei momenti duri della sconfitta e del dolore fisico, dai quali ne è uscito con la forza di un gladiatore.

Il pavé trofeo immortale che ridà splendore ai suoi occhi – Quante volte, sui gradini più bassi degli innumerevoli podi conquistati abbiamo letto negli occhi di Van Aert il dolore fiero della sconfitta, la rassegnazione per una vittoria che gli sfuggiva per cento e oltre motivi. La Roubaix, questa Roubaix, rimette le cose a posto nell’animo oltre che nel palmarès di questo atleta che in carriera ha saputo essere poliedrico come pochi: i mondiali di ciclocross (3 consecutivi, ma anche 5 argenti nelle infinite battaglie con Van der Poel); poi le tappe al Tour su ogni terreno (volate di gruppo, cronometro e persino in salita), alla Vuelta e al Giro; classiche e semiclassiche; e gli infiniti piazzamenti. Ma anche uomo squadra perfetto, ha spianato le salite al Tour prima a Roglic, poi a Vingegaard e, infine, a Simon Yates al Giro dello scorso anno. Tutti amano Van Aert, tutti ci sentiamo un po’ Van Aert.

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